L’atleta e la condizione emotiva ottimale.


Di Alberto Cei



L’attività agonistica di ogni atleta è ricca di episodi che evidenziano il ruolo giocato dalla condizione emotiva nell’influenzare la qualità delle prestazioni fornite. Non sempre lo stato emotivo con cui si affrontano prove impegnative è di aiuto nel favorire prestazioni ottimali, talvolta ci si può sentire troppo tesi e insicuri per essere convinti di sapere affrontare con successo l’evento che sta per iniziare.

Quante volte si sarà pensato: “Se non mi fossi sentito in quel modo, probabilmente avrei fatto molto meglio.” Altre volte invece si riconosce a se stessi che le emozioni provate hanno favorito la propria espressione agonistica: “Mi sentivo così bene, che sapevo che avrei fatto qualcosa di eccezionale”. Questi commenti personali stanno a indicare che le emozioni che si provano prima di un evento sono in grado di favorire o di ostacolare le prestazioni seguenti. Come ogni altro essere umano gli atleti sperimentano un ampio ventaglio di emozioni in allenamento e in gara, devono quindi imparare a riconoscerle e a controllarne l’intensità prima e durante l’evento sportivo.


L’intensità emotiva ha una componente fisica (per esempio attività fisiologica) e una mentale (per esempio preoccupazioni, ansia cognitiva) e se ambedue queste componenti sono percepite come troppo elevate o troppo basse la prestazione sarà scadente. Ad esempio, il respiro affannoso, sentire i muscoli contratti e pensieri dominati da una percezione d’incapacità in relazione alla prestazione sono da stimolo a fornire prestazioni insoddisfacenti.

Nella maggioranza dei casi le prestazioni negative vengono fornite in concomitanza di uno stato emozionale particolarmente intenso e ostacolante l’espressione della competenze sportive. Più raramente ciò avviene in presenza di stati emotivi poco intensi. Questo per la ragione, di cui si è parlato in precedenza, per cui molto più di frequente gli atleti avvertono livelli elevati di pressione agonistica. Le situazioni sportive in cui gli atleti sono poco attivati riguardano le prestazioni che considerano facili da affrontare (giocare contro avversari di livello notevolmente inferiore) o a cui non attribuiscono valore (le partite amichevoli
o gare minori).


Un ulteriore aspetto che deve essere preso in considerazione da atleti e allenatori è che una volta entrati in una condizione emotiva ottimale, questo stato deve essere mantenuto per la durata della competizione. Gli episodi di gara, gli errori commessi, i momenti di difficoltà così come le fasi molto positive dovranno essere gestiti in modo da mantenere costante la condizione emotiva. Ad esempio, un giocatore di golf può iniziare bene il torneo e fare le prime buche in modo efficace, continuando a giocare bene diventa più contento e pensa che oggi va proprio tutto bene e che non è possibile sbagliare; a questo punto la sua condizione emotiva si modifica rispetto a quella iniziale e l’eccesso di sicurezza lo porta ad affrettare la sua azione tecnica dovuta proprio a questo diverso stato psicologico centrato sull’idea che è impossibile commettere un errore, a quel punto diventa più probabile sbagliare. Mantenere costante lo stato emotivo non è comunque facile e richiede un allenamento specifico, che consiste nel condurre delle sedute impegnative e con livelli d’intensità elevati, in cui sperimentare come essere emotivamente costanti in ogni fase della prestazione. Emerge quindi che chi vuole eccellere come gli atleti di livello internazionale, ma anche chiunque voglia fare un salto di qualità nelle sue prestazioni, passando da  fare abbastanza bene a fare meglio, deve sviluppare una forma di autodisciplina personale che gli permetta di allenarsi e di gareggiare con una condizione emotiva stabile e da se stesso controllabile. Essere autodisciplinati significa essere consapevoli di cosa bisogna fare in un determinato momento, senza pretendere di più da se stessi o ritenere che sarà facile ottenerlo. Questo atteggiamento è uno dei segreti del successo di Tiger Woods:

 

"Il successo nel golf è trovare un equilibrio accettando il fatto che è un gioco di su e giù e imparando qualcosa ogni volta che inizi una buca. Trovare questo equilibrio è questione di prove ed errori. Devi scoprire cosa funziona meglio per te e diligentemente lavorare per massimizzare il tuo potenziale … Questo è sempre stato il mio approccio alle gare … Il golf richiede pazienza e perseveranza. Non ci sono scorciatoie … Quando il mio maestro, Butch Harmon, e io abbiamo corretto il mio swing nel 1998, Butch talvolta mi faceva ripetere un movimento per 30 minuti. Ero così stanco che pensavo che le braccia mi sarebbero cadute per terra. Ma ho continuato fino a quando il movimento si è inserito nella memoria dei miei muscoli. Pazienza e pratica."

 

Per saperne di più: Alberto Cei, Allenarsi per vincere. Perugia: Calzetti & Mariucci, 2011.