Convinzioni di efficacia personale e collettiva e gestione dello stress nel gioco del calcio


Di S. Andena, J. Militello

L'attività sportiva, che a livello amatoriale sovente riveste una funzione di divertimento o di sfogo delle tensioni, a livello competitivo può rappresentare una fonte di frustrazione e minaccia: in situazioni agonistiche caratterizzate da forte pressione competitiva, spesso gli atleti devono fronteggiare gli effetti inabilitanti di stressor acuti a carattere fisico e psicoemotivo (Brandao, Medina e Martino, 1998; Crocker e Hadd, 2005; Jones e Hardy, 1990; Kelmann e Gunther, 2000; Nicholls, Backhouse, Polman e McKenna, 2008; Noce e Samulski, 2002; Reeves, Nicholls e Mckenna, in stampa; Seggar, Hawkes, Pedersen e McGown, 1997).

 

La resistenza allo stress non è una capacità innata ed occorre un sostegno e un forte stimolo motivazionale affinché l'atleta si impegni a superare i propri limiti e sia in grado di padroneggiare le abilità richieste dalla propria disciplina: il buon esito di tali sforzi d'autoregolazione dipende, in larga misura, da un senso d'efficacia resiliente in grado di favorire lo sviluppo delle opportune competenze tecniche e di determinarne la qualità dell'esecuzione in situazioni sempre mutevoli, imprevedibili e potenzialmente stressanti (Bandura, 1997; Beauchamp, Bray e Albinson, 2002; Bray, Balaguer e Duda, 2004; Escarti e Guzman, 1999; Feltz e Lirgg, 2001; Feltz, Short e Sullivan, 2008; LaGuardia e Labbè, 1993; Moritz, Feltz, Fahrbach e Mack, 2000; Short, Tenute e Feltz, 2005; Tenenbaum, Hall, Calcagnini, Lange e Freeman, 2001; Treasure, Monson e Lox, 1996). Sentirsi capaci di "amministrare" efficacemente l'attività agonistica favorisce una migliore gestione dello stress e previene il manifestarsi di episodi di esaurimento emotivo; la fiducia nelle proprie abilità di riuscita, infatti, migliora le prestazioni motorie, riduce la vulnerabilità a situazioni avverse e gli effetti inabilitanti degli stressor acuti, si associa ad un livello di stress pre-competizione ridotto e a un buon rendimento, promuovendo il perfezionamento della prestazione d'alto livello (Bandura, 1997; Caprara, 1996; LaGuardia e Labbè, 1993; Treasure et al., 1996).

 

L'autoefficacia percepita non è una qualità "statica", ma una proprietà dinamica e fluttuante: riflette la misura in cui gli individui ritengono di poter organizzare il corso di azioni necessario per raggiungere determinati livelli di prestazione nelle diverse situazioni in cui si imbattono e, come emerge nel campo delle attività fisiche complesse, ne attesta la convinzione di poter esercitare un controllo sul proprio funzionamento psicologico e sociale (Bandura, 1997; 2001; Caprara e Pastorelli, 2002).


Nella maggior parte delle discipline sportive gli atleti, membri interdipendenti di una squadra, devono saper concertare gli sforzi ed ottimizzare le risorse per il perseguimento di obiettivi comuni. La convinzione che i propri compagni siano in grado di conseguire mete collettive ambiziose, costituisce una determinante fondamentale per il successo di un team sportivo: il senso di efficacia collettiva determina, almeno in parte, la quantità d'impegno profuso dal gruppo, la capacità del team di perseverare e restare orientato al compito nonostante le avversità, il livello della prestazione dei membri come un tutto, valorizzandone competenze ed abilità (Bandura, 1997; Diamond e Brannick, 2003; Feltz e Lirgg, 1998; Feltz et al.; Gouvêa, 2003; Gully, Incalcaterra e Joshi, 2001; Gully, Incalcaterra, Joshi e Beaubien, 2002; Hodges e Carron, 1992).


Partecipanti
Alla ricerca hanno partecipato 82 calciatori professionisti, maschi, di età compresa fra i 17 ed i 37 anni, con età media pari a 23.91 anni (DS = 5.74), militanti in squadre di diversa categoria e diversa società sportiva: 24 nella serie A, 24 nella serie C1, 21 nella serie D e 13 nella Primavera. L'anzianità agonistica oscilla tra i 7 e i 26 anni, con una media di 15.33 (DS = 4.49); l'anzianità di gioco nella squadra di appartenenza varia da meno di un mese ad un massimo di 22 anni, con una permanenza media di 3.12 anni (DS = 4.24). Il 67.9% dei giocatori è celibe, il 19.8% coniugato, l'1.2% divorziato o separato e l'11.1% vive con il partner; il 37.8% dei calciatori possiede la licenza di scuola media, il 12.2% un diploma di scuola professionale, il 18.3% un diploma di scuola liceale, il 31.7% un diploma di istituto tecnico.

 

Per ulteriori approfondimenti consultare GIPS- Il Giornale Italiano di psicologia dello Sport, n° 5